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Vacanza in barca a vela ai Caraibi - Eco-crociera a vela ai Caraibi- Viaggio ai Caraibi in barca a vela |
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EMOZIONI E RACCONTI
DI UN'ECOCROCIERA GRENADINES
Sto guardando un bel film dopo un buon pasto caldo ed una birra fresca. Sarebbe quasi normale se non fosse che mi trovo a 10.000 metri di quota sull'Oceano Atlantico, fuori -50 gradi centigradi e sotto tante nuvolette che corrono insieme a me verso i Caraibi. Fino a ieri ancora fantasticavo davanti al computer immaginandomi al timone con la faccia bagnata dagli spruzzi dell'aliseo. Navigo ormai da qualche anno, sempre in Mediterraneo, sempre con poco vento, o troppo e comunque sempre in prua. Ed ora ecco che si avvera il sogno. Qualcosa che ho sempre desiderato. Poche ore di volo e già inizia la discesa su Barbados. Il nome suona esotico, ma dall'alto vedo molte case, alberghi e strade, segni di uno sviluppo turistico ormai a regime. Per fortuna per me è solo uno scalo per ripartire con una linea locale verso il mio porto d'imbarco nell'isola di Saint Vincent. L'avvicinarsi della meta mi porta un po' di apprensione, ci sarà qualcuno ad aspettarmi? E se non trovo la barca? Ed il gruppo come sarà? La pista dell'aeroporto di Arnos Vale inizia praticamente in mare ed il pilota intende utilizzarla tutta visto che si appoggia prima che io possa vedere la terra sotto di noi. 30 minuti di volo soltanto per arrivare ai Caraibi che mi ero sempre immaginato. Vedo altri viaggiatori che ripartono, aerei pronti al decollo verso altre isole ed un vento caldo che mi da il benvenuto dopo i mesi freddi di quest'inverno incerto. Mi guardo intorno, dovrebbe esserci Charlie, il taxista di fiducia di Enrica e Marco. Due occhi azzurri mi salutano con un sorriso "Hi Giorgio, welcome to Saint Vincent ". Ma come ha fatto? Lo seguo sul suo taxi e mi dice "Aquarius is waiting for you, we have just 5 minutes drive to Young Island Dock". Una strada a curve, sta calando la sera e posso solo immaginare quello che mi circonda. Dall'alto della strada intravedo delle barche all'ancora in una baia e subito Charlie gira a destra giù per una discesa fino ad un piazzale. Scendiamo e lo seguo sul molo. Fà un fischio di quelli che non sentivo da un pezzo, un secondo dopo si accendono dei fari e la vedo! Dalla penombra prende forma avvolta in una luce che mette in risalto per prima l'alberatura. E' una goletta. Un fischio di risposta e subito il motore di un gommone che plana verso di noi. "Salve Giorgio, ben arrivato! Sono Marco". Mi aiuta a salire sul gommone, un cenno di saluto al taxista e via nell'acqua limpida verso le luci. Avvicinandoci ne riconosco le linee. Quanto l'avevo guardata su Internet. Vedo lo scafo, e poi la tuga, è grande e forte, così a suo agio, semplicemente al suo posto. "Ma è bellissima!" dico con un filo di voce tradendo emozione. Accostiamo di poppa e salto a bordo, riconosco Enrica che mi porge la mano "Benvenuto a bordo di Aquarius, Giorgio, ti stavamo aspettando". Sono affascinato e stordito. E i miei timori di poco prima? Mi dò dello sciocco. "Scusate ragazzi, ma per un attimo ho avuto paura di non trovarvi". Marco sorride, "è tutto OK adesso, vieni che ti presento al resto del gruppo". Siamo sei partecipanti, due coppie, una ragazza francese ed io. Ed è così che mi sono ritrovato catapultato nel vivo dell'Ecocrociera con tutte le mie domande e la curiosità di chi scopre un mondo nuovo. "Hai già esperienza di barche vero?" Mi guardo
intorno, osservo Aquarius dal suo ponte in teck, un rapido sguardo alle
manovre, al piano di coperta, ai due alberi. Non ho mai visto cosi tanti
winches! Siamo in navigazione! Aquarius fila 9 nodi con tutte e quattro le vele a riva: le due rande con una mano di terzaroli, la trinchetta ed il genoa svolto al 60%. Ci sono 20 nodi al traverso e navighiamo sotto pilota automatico mentre Marco risponde alle nostre domande. Sembra un sogno ma per loro è la cosa più naturale di questo mondo portare una barca di 17 metri mentre corre su onde di oltre 3 metri (condizioni che per noi mediterranei rasentano il proibitivo) senza dirsi una parola, in silenzio come se la barca sapesse già cosa fare, dove andare. Continuiamo così per un tempo che vorrei non finisse mai. Il mare è blu come non l'ho mai visto prima e dal baffo di prua saltano fuori decine di pesci volanti spaventati dalla nostra corsa. Sembra tutto tranquillo quando Marco fa un cenno e dice "pronti a chiudere il genoa!" . Vorrei chiedere perché ma aspetto e mi preparo a recuperare la cima dell'avvolgifiocco. La vela si chiude senza sbattere, sento il motore in moto e ad un tratto il vento che gira in prua e subito dopo vira sull'altro bordo."Eccoci a ridosso". Enrica spiega che le isole più alte creano turbolenze nel moto del vento e che si deve "leggere" il mare a prua per prevedere come girerà il vento. Costeggiamo Saint Vincent. Pendii scoscesi scolpiti nella lava e coperti di una vegetazione fittissima, qualche villaggio lungo la costa. L'isola è tutta un parco naturale, ma definito non in zone bensì in altezza: sopra i 1000 piedi (300 metri) tutta l'isola è dichiarata zona protetta e non vi sono costruzioni. Anche questo probabilmente ha permesso la sopravvivenza del cosiddetto "Vincy Parrot" un pappagallo endemico di Saint Vincent che, guarda caso ha gli stessi colori della bandiera nazionale: blu, giallo e verde. Accostiamo a dritta e puntiamo verso una baia profonda dove le scogliere si tuffano nel mare blu profondo. Sullo sfondo una spiaggia di sabbia nera vulcanica dietro cui si apre una vallata verdissima. Barche a remi locali si avvicinano "Hi Mako welcome back to Cumberland". "E' si! Non riescono a pronunciare Marco. Benvenuti ragazzi! Cumberland è un po' la nostra seconda casa". Mi guardo intorno come se fossi il primo uomo a toccare
questa terra e mi dimentico che siamo in manovra per l'ancoraggio.
Il rumore della catena dell'ancora mi riporta alla realtà. L'ancora
è a mare e da poppa si passa una cima lunghissima ad un giovane
su una tavola da surf che remando con vigore la porta fino a terra per
assicurarla ad una palma. Siamo ormeggiati in una sorta di laguna verde
con l'acqua trasparente e calma, un fiume sfocia nella baia creando degli
strani giochi d'acqua sulla superficie. Siamo stanchi e accaldati, Marco fa un cenno al ragazzo della
cima che si arrampica su una palma e lancia a terra delle noci di cocco
verdi. A bordo con due colpi di machete le apre facendo uscire l'acqua
di cocco. Fresca, dissetante, appena dolciastra. Ma lo scambio non si limita alla frutta. Organizziamo una gita alle cascate nella foresta ed una grigliata nel ristorantino di Benny sulla spiaggia appena dietro Aquarius. Con un'apparente casualità Marco ed Enrica incaricano di qualche servizio quasi tutti i ragazzi della baia. Frutta, guide nelle escursioni, pane fresco e dolci, pulizia dello scafo, souvenirs ce n'è per tutti. Ci invitano a riflettere sul nostro ruolo di turisti e di come lo sviluppo di queste isole seguirà ciò che il turismo chiederà: casinò, hotels e delfinari piuttosto che natura, ecoturismo ed ospitalità diffusa. A noi la scelta! A proposito, a Saint Vincent cacciano delfini e balene e votano alla Commissione Baleniera Internazionale per la ripresa della caccia industriale. Marco Ed Enrica hanno lavorato durante questi anni di permanenza ai Caraibi sviluppando, oltre a vari programmi di ricerca sui mammiferi marini, un progetto chiamato Ocean Observatory per portare la conoscenza e stimolare il rispetto di delfini e balene alle popolazioni locali di tutto l'arco antillese. Due pubblicazioni dell'Ecolibretto sono state realizzate e distribuite gratuitamente in 15.000 copie ognuna da Delphinia Sea Conservation grazie ai fondi raccolti attraverso le Ecocrociere. Oggi il vento è calato un po' e possiamo dedicarci all'osservazione. Usciamo in mare e a turni di tre osserviamo l'orizzonte alla ricerca di salti, soffi o una qualsiasi modifica della superficie che attiri l'attenzione. Ci sembra di vedere delfini dappertutto ma spesso sono onde o pesci o ancora sule o sterne che si tuffano a caccia di pesce. Enrica è appostata sulla protezione dell'albero e Marco osserva dal pulpito di poppa. Sembrava un'operazione semplice ma tirare fuori un delfino dall'oceano è come cercare un ago in un pagliaio. Siamo ad una decina di miglia al largo. Ci fermiamo per calare
l'idrofono, sorta di microfono sottomarino ultrasensibile, con cui dovremmo
sentire se ci sono animali. Enrica passa l'idrofono sull'impianto esterno e tutti restiamo come ammutoliti al sentire la ricchezza del "silenzio" degli abissi. Sentiamo come dei fischi emessi probabilmente da dei delfini che non dovrebbero essere troppo lontani. Ci rimettiamo in osservazione. Non passano dieci minuti che Marco fa una rapida accostata a dritta
e dopo poco riduce il motore. Cinque grossi delfini di cui uno tutto graffiato di bianco surfano l'onda di prua girandosi a volte sul fianco a guardare noi che credevamo di osservarli mentre decine di delfini più piccoli saltano prendendo velocità nel cavo delle onde per raggiungerci. Scoprirò poi che sono degli Steno Bradenensis a prua e delle stenelle dal lungo rostro a poppa. Io sono a prua proteso verso l'esterno e posso sentire distintamente i loro fischi, sentire il loro respiro, percepire la loro forza mentre senza sforzo e con movimenti lievi e sinuosi giocano con la prua della nostra barca. Ad un tratto compaiono delle stenelle maculate che stanno piuttosto dal lato delle lungorostro, poi ci giriamo e vediamo gli steno partire a grandi colpi di coda verso il fondo. Spariti! Sentiamo dei tonfi forti alla nostra sinistra e dei delfini strani, grossi e con il muso più schiacciato ed il ventre rosa prendono posto sotto la prua. Siamo eccitati, Marco ha impostato il pilota automatico ed è venuto a prua. Fa delle foto con una piccola macchina, senza mai prendere la mira mentre Enrica ha in mano una spettacolare Nikon D2 che spara delle raffiche incredibili. Gli ultimi arrivati sono dei Lagenodelfini, specie poco conosciuta ma che loro incontrano abbastanza spesso in queste acque. Non posso dire con esattezza quanto tempo sia durato il tutto, 20, 30 minuti? Forse più? Posso solo dire che durerà per sempre nella mia memoria! Mi guardo intorno. Siamo soli. Non una barca. Il mare è tornato ad essere un'enorme distesa d'acqua e noi navighiamo piano verso il largo. Non si vedono più i delfini quasi come se il loro passaggio fosse stato solo immaginazione ma noi sappiamo che ci sono, che non sono lontani. E che continuando ad osservare il mare potremo incontrarli ancora. Giorgio
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